Torna al blog
Visione di sé: dalla prospettiva fotografica alla vita di tutti i giorni

Visione neutra e visione programmata: scopri le differenze

Silvia Giovanna Sestini18 giugno 2026

Guardare alla realtà tramite una macchina fotografica può essere molto facilitante perché si ha una visione neutra e parziale di quello che si coglie, prelevandone solo un singolo frammento in un singolo istante, bloccato nel tempo. Vedere, vedere se stessi e vedere gli altri è ben altra cosa.

Come la capacità di vedersi e di vedere la propria realtà può cambiare la tua vita

Mi chiamo Silvia Giovanna Sestini e ho fatto della fotografia e della mia capacità di selezionare e di focalizzarmi su un singolo punto piuttosto che su un insieme una capacità distintiva della mia pratica odierna.

Nel quotidiano è facile farsi distrarre dal continuo afflusso di informazioni visive e sensoriali captate dai nostri cinque sensi, e la capacità di concentrarsi, di approfondire e di ricercare con sempre maggiore profondità è una dote difficile da mantenere.

In questo primo articolo sul tema della visione apro le danze parlando della differenza tra visione neutra e visione programmata, e di come sia possibile vedere la realtà con occhi risvegliati, rimanendo esseri umani.


Come nasce la visione

In termini fisiologici i nostri occhi sono assai simili all'obiettivo di una macchina fotografica: abbiamo una lunghezza focale fissa paragonabile a quella di un moderno 35 mm, un diaframma per regolare l'entrata della luce e la messa a fuoco, un otturatore efficacemente gestito dalle palpebre, il nervo ottico che inverte la visione alto-basso fornendo al cervello l'immagine già capovolta, un sensore che riceve la luce e la trasmette, nel caso dell'occhio, al lobo occipitale.

In base all'età e alle capacità visive possiamo avere anche una visione Full HD o 4K.

Il nostro sistema umano di visione è quanto di più perfetto ed eccezionale esista; eppure c'è un ma. È un sistema programmato e programmabile che va ben al di là del software della macchina fotografica più avanzata.


Un software che ha bisogno di continui aggiornamenti

In un'epoca di correlazione tra realtà aumentata ed essere umano potenziato, dimentichiamo come il corpo e l'intero sistema mente-emozioni-espressione umano costituisca il sistema programmabile più complesso e formidabile che nessuno scienziato potrebbe migliorare con successo.

Si parla di convinzioni, di programmazioni, di registrazioni genetiche, di memorie di vite e di stoccaggio di emozioni e vissuti che arrivano dai nostri genitori e dai genitori dei nostri genitori per infinite generazioni. Forse l'unico vero limite umano è proprio la svalutazione di sé, non la scarsità di complessità e di talenti.

Da Jung fino ai moderni studi di psicologia cognitiva, si afferma che ogni individuo che nasce viene "impressionato" fin dal concepimento con un'infinità di informazioni provenienti non soltanto dalla linea genetica diretta ma anche dall'inconscio collettivo.

In sintesi: quello che vediamo non è quasi mai la realtà, e la realtà che vediamo potrebbe essere qualcosa di completamente diverso, anche in termini di significato, da ciò che andiamo a osservare.

Una visione programmata a riconoscere come rosso un oggetto in realtà viola non rende quell'oggetto rosso; ma per quella persona sarà rosso finché non acquisirà un'informazione diversa che conferma la realtà dell'oggetto come viola, e che ciò che le ha fatto vedere il colore rosso appartiene a un altro vissuto, a un'altra visione.

Sin da bambina mi sono interrogata proprio su questo: mi chiedevo se, al di là dei daltonici, tutti vediamo i colori allo stesso modo. E mi ero risposta di no. Che non era possibile. Perché ognuno è se stesso, è l'insieme delle registrazioni acquisite dall'infanzia fino a oggi, con l'aggiunta di un quid personale che appartiene soltanto a lui.

È da quel loop interiore sui colori che è partita la mia ricerca, che mi ha portato a esplorare nuove strade fino ad arrivare al QTR di Ileana Rotella. Lì mi sono tenuta la consapevolezza che ognuno vede a modo suo, ma che può esistere una visione comune, compatibile con quella degli altri: in un certo senso, comunitaria.


Siamo macchine se scegliamo di esserlo, esseri umani se scegliamo di esserlo

Osservare il mondo attraverso l'oculare di una macchina fotografica mi ha fatto capire come tutto ciò che è fuori dall'inquadratura, e quindi non visibile, non esiste. O meglio: esiste perché lo so e perché lo accetto, ma dalla prospettiva di quell'obiettivo che chiude su uno specifico rettangolo, tutto quello che non è inquadrato posso anche scegliere di non vederlo e di non prenderlo in considerazione.

Questa è, in poche parole, l'attenzione selettiva che tutti conosciamo. C'è chi è incapace di guardare oltre il proprio naso (e usa evidentemente un obiettivo macro), chi guarda agli altri ma non a se stesso (dotato di uno zoom potente, diciamo un fisso da 600 a 1000 mm) e chi vede sé e gli altri (e monta sul proprio "corpo macchina" un normale, altro nome del 35 mm).

Qualunque sia il tuo modo di guardare alla realtà, è probabile che tu stia tenendo fuori qualcosa dalla tua visione: qualcosa che non vuoi vedere, qualcosa che non sai vedere, qualcosa che non puoi vedere perché il tuo albero genealogico non te lo mostra, o perché sei donna o uomo e quella cosa particolare non ti è dato scorgere.

La mia visione dell'essere umano è quella di un individuo dotato di libero arbitrio, capace di scegliere, di scegliere di cambiare, di scegliere di vedere con i propri occhi e con il proprio sistema di credenze, oppure con gli occhi di qualcun altro, facendo proprie credenze estranee alle sue.

Ho sempre amato la macchina fotografica reflex per poi passare a una moderna mirrorless, perché si poteva cambiare obiettivo e vedere attraverso l'oculare direttamente la visione di ciò che si andava a fotografare.

Guardare spesso non è vedere né osservare. Per me guardare significa integrare la visione di ciò che si osserva con la consapevolezza di tutti i processi interiori ed esteriori in cui vivo. Non siamo solo visione, non siamo solo obiettivo: siamo anche corpo, anche pensiero, anche scelta, compresa la scelta di cambiare prospettiva.

Ho passato anni a nascondere il mio viso dietro una macchina fotografica senza mai essere nella fotografia. Mi dicevo che era la maledizione dei fotografi; forse, più semplicemente, non volevo essere nella mia inquadratura.


Qual è la tua visione?

Chiudo questo primo articolo con una riflessione che ho fatto molte volte: tutto ciò che scegli di vedere esiste. Tu esisti nella tua visione? Sei capace di mostrarti a te stesso, ai tuoi occhi, al tuo obiettivo? Se non lo sei, cosa temi?

Il vero giudizio inizia da dentro e si fa spazio prima in chi giudica, prima di proiettarsi fuori.

Dove c'è visione, dove c'è luce nell'inquadratura, dove c'è la capacità di osservarti con occhio neutro, tutto può essere risolto.

Ho imparato a farlo con la tecnica Quantum Touch Releasing, che ormai da più di dieci anni fa parte della mia vita.

Con la tecnica QTR ho imparato a usare un grandangolo per guardare alla realtà e a mettermi nell'inquadratura anche mentre fotografo. Impossibile da immaginare, ma possibile da fare nel momento in cui impari che sei sia colui che guarda sia colui che viene guardato.

E con questa piccola riflessione ti do appuntamento al prossimo articolo.

Buona Visione a te!

Silvia Giovanna Sestini

Ti è piaciuto questo articolo?

Esplora i corsi QTR Academy e inizia il tuo percorso.

Scopri i corsi